• Pellegrini verso il Santuario di Loreto, Incisione del sec. 16° (part.)

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La difficile vita dei pellegrini

Avventure e disavventure sulla Via Lauretana

La Via Lauretana, oltre ai tanti motivi che sopra sinteticamente si sono accennati, ha acquistato la sua importanza perché si trova ad essere la strada dei santuari: sul suo percorso, infatti, si incontrano la basilica di S. Nicola a Tolentino e, con una qualche deviazione, il santuario di Assisi. E considerando che la via ha origine da Roma, città santa per eccellenza, e “termina” con il santuario mariano di Loreto, essa diventa uno dei percorsi più frequentati da pellegrini lauretani o romei provenienti da molte parti dell’Italia e dell’Europa. E chi era stato a Loreto, tornava a casa provvisto di un rosario e soprattutto di un indelebile tatuaggio mariano fatto con pochi soldi ma con molto dolore a testimoniare per tutta la vita la visita-pellegrinaggio compiuta. 

Più tardi, poi, nei secc. 17°-18°, in forza delle istanze legate alla nuova idea di formazione culturale, diventerà uno dei percorsi più frequentati legati al fenomeno che si conosce come Grand Tour e Loreto sarà una meta da raggiungere non tanto e non solo per motivi di fede.

genitori-snicolaI genitori di san Nicola in preghiera nel Santuario di San Nicola da Bari in abito da pellegrini. Tolentino, Basilica di San Nicola, Cappellone (sec. 14°)

Pellegrini ma anche semplici viaggiatori dovevano affrontare una serie di disagi e di difficoltà oggi difficilmente comprensibili. Prima di ogni cosa, lo stato della strada: nonostante i continui bandi e avvisi del pontefice o del governatore, non sempre la Via Lauretana era praticabile agevolmente. La cura veniva affidata spesso ai frontisti che poco interesse avevano a mantenere la strada in condizioni ottimali. E quando pioveva, i solchi provocati dalle ruote dei carri e delle carrozze, diventavano corsi d’acqua e di fanghiglia che ostacolavano il cammino di quanti procedevano a piedi o con altri mezzi su ruote. E poi i ponti: non tutti i corsi d’acqua ne erano provvisti e gli attraversamenti spesso si facevano a guado o in barca; e gli stessi mezzi, incerti e spesso pericolosi, si dovevano adottare quando, in seguito a piene disastrose ma molto frequenti, i ponti crollavano o rimanevano seriamente danneggiati. 

Il pellegrino, specialmente se proveniva da località relativamente vicine alla meta, procedeva a piedi per cui lo svolgimento del viaggio era basato sulle particolari esigenze che questa condizione comportava. Procedeva a piedi se non aveva possibilità materiali oppure per una scelta determinata da un voto fatto prima della partenza. Alcuni, poi, compivano il tragitto, o parte di esso, addirittura a piedi nudi. Altrimenti si viaggiava su un cavallo, o su un mulo, meno costoso del primo in quanto a stallatico. Chi aveva possibilità economiche utilizzava la carrozza che, al contrario della carretta, era fornita di rudimentali sospensioni di cuoio che alleviavano leggermente le fatiche del viaggio sulla strada normalmente sconnessa e cosparsa di buche tanto profonde da richiedere l’aiuto dei buoi di qualche contadino, debitamente ricompensato, per trarne fuori la carrozza, quando l’incidente, poi, non comportava la rottura dell’assale. 

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Pellegrini con mantello, bisaccia e bastone da una guida del pellegrino del 1494

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Pellegrini in viaggio in una miniatura tratta da una Bibbia del sec. 13°